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Cultura Mediterranea

Le Memorie di Luca Campano

Arte del Mediterraneo: Architettura Mediterranea: San Giovanni in Fiore: Abbazia Florens: Rosoni dell'Abside;  Fotografia: Francesco Saverio Alessio, copyright © 1987

Architettura Mediterranea - San Giovanni in Fiore

Abbazia Florense: Rosoni dell'Abside

Fotografia: Francesco Saverio ALESSIO, copyright © 1987


La società sparente: Il manifesto politico dei ragazzi calabresi in lotta contro la 'ndrangheta - Alberto Custodero - la Repubblica, 9 ottobre 2007 - su lasocietasparente.blogspot.com

Le «memorie»

In queste brevi memorie Luca Campano traccia un ritratto per noi prezioso dell'Abate Gioacchino da Fiore, del suo modo di essere, del suo modo di relazionarsi con gli altri. Un ritratto descritto con sentimento da chi ha vissuto al fianco di un grande uomo.

"Io Luca arcivescovo di Cosenza, nell'anno II del pontificato di papa Lucio (III), quando ero monaco vidi per la prima volta in Casamari un uomo chiamato Gioacchino, allora abate di Corazzo, monastero fondato da Sambucina che a sua volta era stata fondata da Casamari. Pertanto egli era trattato a Casamari con ogni onore e amore quasi fosse un nipote; ma soprattutto per il dono di sapienza e intelligenza ricevuto dal Signore. Allora dinanzi al suddetto papa e alla sua corte, egli cominciò subito a rivelare la sua preparazione nelle Scritture e la sua bravura nel far concordare il Nuovo col Vecchio Testamento; ricevette il permesso di scrivere e cominciò subito.

Mi meravigliavo poi che un uomo di tanta fama, così efficace nel parlare, indossasse vesti tanto logoree spregevoli e in parte consumate alle estremità: seppi dopo che per tutta la sua vita non si curò mai degli abiti che indossava. Rimase a Casamari quasi un anno e mezzo di seguito, dettando e correggendo ad un tempo il Libro sull'Apocalisse e il Libro della Concordia. Quivi iniziò anche il Libro del Salterio dalle dieci corde. Non appena si accorse che io capivo qualcosa e che ero segretario del mio abate, chiese a questo se poteva servirsi di me come scriba. E così avvenne. Niente infatti l'abate Gerardo gli poteva negare, tanto fortemente lo amava. Sedendo dunque ai suoi piedi,sia dentro il monastero che nella grangia di Sant'Angelo in Monte Cometo, vicino al monastero, con attenzione e umiltà scrivevo dì giorno e di notte in un quaderno quel che egli dettava e correggeva sui fogli. Erano con me altri due amanuensi suoi monaci, fra Giovanni e fra Nicola, il primo dei quali fu in seguito eletto abate e il secondo priore di Corazzo.

Gli servivo anche la messa, ammirando tutte le sue abitudini. Infatti, quando celebrava, alzava più degli altri sacerdoti la mano per benedire l'ostia e faceva gli altri segni e le cerimonie con più dignità. Pur avendo il volto quasi sempre pallido come una foglia morta al momento della messa lo mostrava veramente angelico, come notai e chiaramente ricordo. Anzi più di una volta lo vidi piangere nella celebrazione della messa specialmente durante la lettura della passione del Signore.

Sentii anche dire da lui che non provava mai tanto sollievo per tutto l'anno come nei quindici giorni della passione; tanto che si rattristava quando volgevano a termine. E appunto per questo forse nel sabato, in cui si canta il Sitientes, gli fu concesso di ardere del desiderio di morte e, raggiunto il vero sabato, di affrettarsi come cervo alle sorgenti delle acque.

Per incarico inoltre del mio abate tenne egli solo, poiché non aveva uguali in questo settore, frequenti sermoni in capitolo, sia nelle feste che nei giorni feriali. Anche allora, guardando il suo volto, avevamo l'impressione che fosse un angelo a presiedere la nostra assemblea. Infatti iniziava il discorso con voce bassa; man mano che avanzava imprimeva nelle menti degli ascoltatori la parola di Dio con voce più forte e con vivo affetto, non come un uomo ma veramente come un angelo. Non ho mai sentito alcuno lamentarsi che egli protraesse troppo il discorso spirituale, poiché nessuno di noi poteva saziarsi delle delizie della sua orazione.

Trascorreva la notte pregando assiduamente e scrivendo e tuttavia si affrettava alla recita comunitaria del mattutino, cantando con umiltà e vegliando, tanto che non l'ho mai visto dormire nel coro di Casamari.

Non si curava affatto della qualità o della scarsità del cibo o della bevanda, e in alcuni giorni non prendeva cibi caldi a mensa. E quando accadeva che, per errore dell'addetto al servizio, non venisse versato il vino nel suo bicchiere, si contentava dell'acqua, che riceveva per mano degli inservienti.

Mi raccontò un giorno che, trovandosi in Siria, quando era ormai rivestito dell'abito religioso, fu ospitato, molto giovane e solo, in casa di una vedova che, guardandolo con occhi impudichi e in un atteggiamento licenzioso, tentò di invitarlo alla colpa. Ma il servo di Dio resistette con sapienza e fortezza. E poiché era ormai buio ed era impossibile uscire senza pericolo mentre la misera se ne andò a dormire, egli trascorse tutta la notte vegliando e pregando. Rifiutato il letto preparatogli dall'ospite si adagiò su dei fasci di legna, superando così la tentazione della carne. E la mattina seguente, aperta la porta della casa, se ne andò senza neppure salutare la tentatrice.

Confesso di non aver mai visto un uomo così zelante per la castità: spronava tutti, per quanto gli era possibile, alla pudicizia e in tutti correggeva l'impudicizia. Mi riferì il monaco Raniero, suo fedele amico, di non aver mai visto un uomo così libero da questo vizio, e asseriva che la stessa cosa riferivano vescovi e molti confratelli. L'ho visto talvolta in ginocchio, con le mani e gliocchi rivolti al cielo, in colloquio ardente col Cristo, come se lo mirasse faccia a faccia.

Trascorsi con lui in Pietralata un'intera quaresima, durante la quale, eccetto nei giorni di domenica e nelle altre feste, si nutriva solo di pane ed acqua, che del resto assaggiava appena, mentre giorno e notte scriveva o leggeva o pregava, e quotidianamente celebrava la messa. Ebbe da Dio quanto desiderava, come la forza di astenersi dai cibi e dalle bevande; e più si asteneva, più forte e agile appariva. Fuori del monastero, mangiando insieme con gli altri, consumava con rendimento di grazie la razione di cibo.

Quando, per suggerimento suo e di Raniero, fui richiesto come abate dai confratelli di Sambucina, mi scrissero entrambi di accettare senza esitazione e di non accampare la scusa di essere un po' troppo impacciato e incerto nel parlare. Ho conservato le loro lettere con il dovuto rispetto. Eletto abate nella festa di San Clemente, tenni il discorso in capitolo alla comunità nella successiva domenica di Avvento, portando in petto quelle due lettere, perché confidavo più in coloro che le avevano scritte che nelle mie capacità. Ringraziai il Signore per la scioltezza della mia parola che ritenni un miracolo da attribuirsi ai meriti di quanti mi avevano fatto coraggio.

Colpito a Sambucina da una febbre altissima che mi ridusse agli estremi, egli mi venne a visitare e mi condusse amorevolmente a San Giovanni in Fiore, e vedendomi indebolito per mancanza di appetito, giacché né potevo né volevo mangiar carne e desideravo i cavoli della comunità, mi disse: «Mangia tranquillo, mangia cavoli ogni giorno, e bevine anche il succo, nel nome del Signore». Dopo pochi giorni me ne tornai completamente rimesso in salute.

Nel successivo mese di novembre andai con lui a Palermo. Poiché alloggiando con lui digiunavo e cenavo tardi la sera, durante la notte soffrivo la sete e bevevo continuamente. Una mattina mi fece notare che non era secondo le regole bere tanto di notte e mi consigliò di astenermene, confidando nella misericordia di Dio. Accettai il suo consiglio e da allora non soffro più la sete.

Di venerdì santo mi trovavo con lui nel monastero di Santo Spirito in Palermo, quando egli venne chiamato alla reggia per confessare l'imperatrice Costanza. Egli andò e la trovò in chiesa, seduta sul trono. Si sedette anch'eglì, dietro invito, su una sedia appositamente preparata. Quando però la sovrana gli ebbe manifestato il desiderio di confessarsi, interrompendola con l'autorevolezza richiesta dalla circostanza, le rispose: «Giacché io ora rappresento Cristo e tu la Maddalena penitente, scendi dal trono, inginocchiati e confessati con umiltà, altrimenti non posso ascoltarti». L'Imperatrice scese, si inginocchiò e, sotto gli sguardi attoniti dei presenti, confessò i suoi peccati, riconoscendo nell'Abate l'autorità apostolica.

Aveva imparato da Cristo la mitezza e l'umiltà. Infatti quando era abate a Corazzo, andava spesso a pulire personalmente tutta l'infermeria: il soffitto prima, poi le pareti e il pavimento, e infine i npostigli più nascosti. Ciò fatto, si preoccupava di preparare le mense. Nella maniera più opportuna e sollecita provvedeva in cucina alle necessità dei malati, quasi avesse una speciale predilezione per gli infermi e i deboli. Dal profondo del cuore compativa non solo i malati ma anche i suoi domestici, stanchi a volte per il viaggio, sino a scendere da cavallo e costringere il proprio servo a salire per un buon tratto in groppa, mentre egli proseguiva a piedi fin quando quello non avesse recuperate le forze, e così poi rimontava a cavallo.

Nell'inverno in cui morì vi fu anche tale carestia in Sicilia e in tutta la Calabria che molti poveri morivano di fame. Egli con la massima carità soccorreva tutti quelli che poteva e esortava gli altri a fare altrettanto. Distribuì le sue vesti con tanta compassione che a Cosenza fu visto dormire nella notte col solo scapolare.

Durante l'ottava di Pasqua e di Pentecoste celebrava la messa ogni giorno, e se era costretto ad uscire dal monastero portava con sé i paramenti e il calice per poter celebrare in qualsiasi chiesa gli fosse possibile. Diceva infatti che i Cristiani non dovevano essere da meno degli Ebrei, i quali per sette giorni mangiano il pane azzimo.

Godeva di tale autorità presso i laici, quando dava consigli pratici, che i nobili di Cosenza, come ci hanno riferito, in caso di assedio della città si sentivano più rassicurati dalla sua presenza che da quella di culto divino nelle sacre ufficiature era centomila soldati armati.

Riguardo al sempre e dovunque così scrupoloso che lo vidi anche accendervi attorno dei ceri su candelabri di piantare una croce in Sila e legno, se ricorreva una festività; e devozione insieme ai confratelli il mattutino e il così secondo l'ordine delle ore cantava con vespro. Inoltre, dovunque si trovasse, si preoccupava moltissimo del decoro e della suppellettile dell'altare. Esigeva mirabilmente da coloro che erano con lui in praticato la stessa ubbidienza di quando era dipendente. Correggeva i sottostanti con continui richiami fino a che non li avesse indotti all'umiltà e alla spontanea sottomissione. Fu sempre ed ovunque generosissimo con gli ospiti e li espressioni dì cortesia e di rispetto.

Solo coi parenti era duro e sgarbato, e se non sotto pressante richiesta dei frati li guardava come sconosciuti e non dava loro alcunché. Con i domestici e con i confratelli era gentile e li onorava soprattutto a mensa. Nei lavori manuali dimostrò una forza incredibile e spesso vi si dedicava volentieri con gli altri confratelli. Robusto di corpo si curava poco del freddo o del caldo, della fame o della sete."



...ripartirono da Petra e si ritirarono fra le montagne a Fiore, affinchè in Nazareth fosse annunciato il nuovo frutto dello Spirito Santo, fino a che, a partire da quel luogo, il Signore operasse la massima salvezza sulla Terra. [...]

Biografia di Gioacchino da Fiore

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Presidente di emigrati.it Associazione Internet degli Emigrati Italiani, Artista Florense, Studioso dei problemi dell'emigrazione, ricercatore delle radici florensi , delle radici comuni ad ogni uomo, delle relazioni interculturali fra i popoli.

Socio fondatore nell'aprile 2002 del Centro Mediterraneo di Ricerca Scientifica Università Mediterranea S.r.l.,
Nato a San Giovanni in Fiore nelle vicinanze dell'Abbazia Florens fondata da
Gioacchino da Fiore, in Sila, Calabria, Italia, vive e lavora a Caccuri, Crotone, al centro del Mediterraneo.

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